rosario

sostantivo maschile

  • nel Cattolicesimo, pratica devota consistente nella meditazione su avvenimenti della vita di Cristo e della Madonna (misteri) e nella recita di quattro gruppi di cinque decine di Ave Maria, precedute ciascuna da un Paternoster e da un Gloria, per il conteggio delle quali ci si serve di una corona di grani | corona di grani utilizzata per questo scopo.

Come conferma anche il Dizionario della lingua italiana di Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini (1861-1879), il rosario non è tanto la corona di grani, ma “il recitamento di avemarie e paternostri in numero particolare ad onore della Vergine, o in suffragio delle anime del Purgatorio”.

Secondo il Dizionario etimologico della lingua italiana, di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli la parola deriva naturalmente dal latino rosa(m) che ha alcuni riscontri indoeuropei anche se non è di origine indoeuropea, ma è piuttosto “un prestito da una civiltà mediterranea dove la pianta sarà stata coltivata”. Il nome che riproduce il latino rosariu(m) con il significato di ‘rosaio’ è di origine dotta, mentre l’uso comune per indicare la pratica devota è dovuto a una metafora – una ‘corona di rose’ per la Madonna.

La parola è già presente nella 3^ edizione (1691) del Vocabolario degli Accademici della Crusca, che ne conferma il significato di pratica devota con la definizione “Il recitamento di Avemarie, e Paternostri, in numero particolare, ad onor della Santissima Vergine. Ed anche l’istrumento che si tien per contarli: Corona”.

Poiché si tratta di pratica religiosa non si può concludere senza una citazione dalla Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae scritta nel 2002 da Giovanni Paolo II (testo integrale):

“[il Rosario] È poi preghiera di pace anche per i frutti di carità che produce. Se ben recitato come vera preghiera meditativa, il Rosario, favorendo l’incontro con Cristo nei suoi misteri, non può non additare anche il volto di Cristo nei fratelli, specie in quelli più sofferenti. Come si potrebbe fissare, nei misteri gaudiosi, il mistero del Bimbo nato a Betlemme senza provare il desiderio di accogliere, difendere e promuovere la vita, facendosi carico della sofferenza dei bambini in tutte le parti del mondo? Come si potrebbero seguire i passi del Cristo rivelatore, nei misteri della luce, senza proporsi di testimoniare le sue beatitudini nella vita di ogni giorno? E come contemplare il Cristo carico della croce e crocifisso, senza sentire il bisogno di farsi suoi «cirenei» in ogni fratello affranto dal dolore o schiacciato dalla disperazione?”

L’uso di una corona di grani per tenere conto delle preghiere recitate non è proprio solo della religione cattolica. Secondo la tradizione la prima corona, una cinghia di cuoio con un nodo per ogni preghiera, fu inventata da Antonio il Grande (251 – 356), considerato il fondatore del monachesimo cristiano. Tale corona, o corda di preghiera, viene usata ancora oggi nelle pratiche religiose dei cristiani ortodossi, recitando però preghiere diverse da quelle dei cattolici.

Anche nella pratica buddista, almeno a partire dal II secolo a.C., si utilizza una corona di grani per la recitazione testi e formule di varia lunghezza. Dall’India centro-occidentale, la pratica si è poi diffusa in paesi quali il Tibet, la Birmania, la Cina, il Vietnam e il Giappone.