femicidio / femminicidio

Ho usato questa parola per la prima volta nel 2004 e sembra un secolo fa. Finì nel titolo di un saggio breve scritto a quattro mani con la professoressa Isabella Merzagora Betsos (criminologa e molto altro) e pubblicato dalla rivista Rassegna italiana di criminologia (una quarantina di pagine, con il sottotitolo Vittime di omicidio di genere femminile a Milano e provincia negli anni 1990/2002, tutte le 177 donne uccise per i motivi più disparati).  

In realtà, non siamo state le prime, non in ambito scientifico e accademico,  a sdoganare il termine in Italia (e con una applicazione estensiva). “Rubammo” l’idea ad un’altra criminologa (Gaetana Russo, apripista nel 1982), adattando la parola inglese femicide, utilizzata dalla scrittrice americana Carol Orlock nel 1974 e poi fatta propria dalle femministe d’oltreoceano.  Ed era appena uscito Omocidi, prezioso libro di Andrea Pini, neologismo che non è riuscito a sfondare (o non ancora).  Ci ispirò anche quello. Preistoria, tornando al Femicidio del 2004. Allora, al di fuori del perimetro di studiosi e studenti, non ci filò (quasi) nessuno. Roba da addetti ai lavori. Nemmeno io, all’epoca “nerista” di Repubblica, ebbi il coraggio di importare il termine in articoli e servizi. I tempi non erano maturi.

Perché femicidio?  Suona bene (e mi immagino le reazioni e gli anatemi), a dispetto del significato e del carico di violenza, orrore e dolore che si porta appresso.  Semplice. Diretto. Chiaro. E più immediato dello spagnolo feminicidio, diffuso in particolare in America Latina e in Messico, italianizzato in femminicidio. Storiche delle donne, femministe associate o in ordine sparso, colleghe con i gradi, girotondine, maestre di pensiero, capocomiche e affini – da qualche tempo in prima linea nella battaglia contro le violenze di genere –  nei primi anni Duemila avevano altro cui pensare, in Italia. Eppure di uomini che uccidevano le mogli, le compagne, le fidanzate vere o desiderate ce ne erano e forse più di oggi (anche se meno moltiplicati mediaticamente e sul web). Nel 2001, ad esempio, tra Milano e hinterland i femicidi furono quasi metà degli omicidi. Giornali e tv seguivano un caso per volta, senza una visione di insieme e una analisi mirata, puntando sulle storie con maggiore appeal (altre reprimende in vista).  Non tutti i processi venivano seguiti, commentati, mediatizzati. Anzi. Nelle corti d’assise (ho avuto anche la fortuna di fare il giudice popolare, vedendo le persone e le storie da un altro punto di vista ancora) restava d’obbligo il lessico giuridico. E il boom di siti e social era di lì da venire.  Il resto, il dopo, è noto. Le discussioni, i flash mob, le pièce teatrali, le trasmissioni e le comparsate in tv, i dibattiti, gli approfondimenti giornalisti, il pressing sulle istituzioni, le riforme e le innovazioni legislative…. E le donne che continuano a essere massacrate (così come gli uomini).

Un passo indietro. L’Accademia della Crusca è andata a cercare il debutto in Italia delle parole femicidio e femminicidio. Riconosce la primogenitura alla professoressa Russo, per il vocabolo preso dall’inglese. Per la parola derivata dallo spagnolo, cita due ricorrenze. Una pubblicazione del 1923, con la cronaca di un assassinio. E Stampa Sera (un articolo di Maria Adele Teodori, datato 1977, dove femminicidio ha il significato più largo, di uccisione di una donna per ragioni legate al genere).  Poi si salta direttamente a Repubblica e al 2001, cronaca estera. Nell’archivio del quotidiano, certificano i ricercatori, “l’esempio meno recente di femminicidio risale al 7.10.2001” e corrisponde a un reportage sulle donne afgane. Nel 2006 femminicidio ricorre quattro volte ed è virgolettato. Nel 2010, sempre nell’archivio di Repubblica, si trova dieci volte. Il crescendo poi è continuo (22 nel 2010, 31 nel 2011) ed esplode del 2012: scritto 272 volte. Femicidio, invece, su Repubblica spunta nel 2006 ed è usato raramente.  Gli accademici della Crusca constatano: “Non si tratta solo di una parola in più, per quanto densa di significato, ma anche e soprattutto di un rovesciamento di prospettiva, di una sostanziale evoluzione culturale prima e giuridica poi”. 

Lorenza Pleuteri, giornalista