prima l’italiano (o no?)

Quando in una lingua viene adottata una parola o una combinazione di parole appartenente a una lingua diversa, si verifica il fenomeno del prestito linguistico. In particolare, se il prestito mantiene la forma della lingua originale, come nel caso di garage, si parla di prestito integrale, mentre si parla di prestito adattato quando il prestito si adegua alla lingua che lo adotta, come nel caso di beef-steak divenuto bistecca.

Recentemente sui social media (prestito integrale) e sulla stampa ha avuto un certo seguito l’appello a evitare l’uso delle parole straniere dando la preferenza a quelle italiane. Nel caso in questione, come in altri recenti, ci si riferiva prevalentemente all’uso degli anglismi. Non è superfluo ricordare, tuttavia, che richiami simili nei secoli precedenti al ‘900 erano stati indirizzati ai barbarismi, come si definivano i prestiti indesiderati, allora provenienti prevalentemente dal francese.

Come spesso accade l’attenzione, allora come oggi, è rivolta alla superficie della lingua. Alle parole più facilmente identificabili come straniere, perché non integrate e palesemente diverse, come meeting di lavoro, da non usare visto che abbiamo l’italianissima espressione riunione di lavoro.

Una semplice ricerca su uno dei dizionari che nel formato elettronico consentono di identificare rapidamente i prestiti, compresi quelli ai quali è stato dato il tempo di adattarsi, rivela però una realtà diversa da quell’invasione di anglismi raccontata spesso dai mezzi di comunicazione di massa (prestito adattato dall’inglese mass communication media). Ecco qualche dato, giusto per capire da dove provengono gli invasori e. soprattutto, se lo sono davvero.

Grazie all’edizione elettronica del Devoto-Oli 2009 è facile scoprire che su 1.000 parole italiane si trovano 194 prestiti dal latino (come abate, lacrima, pietà e raziocinio), 44 dal greco antico (come anoressia, ippopotamo, metacarpo e rapsodia), 24 dal francese (come abbigliamento, demanio, meticcio e straniero), 8 da nomi propri (come arazzo, diesel, moviola e nicotina – lo so, forse non tutte sembrano parole straniere, ma lo sono), 7 dall’inglese (come agnostico, pragmatismo, sceriffo e standard) e 4 dai dialetti (come abbaino, inciucio, intrallazzo e prestinaio).

Considerando anche i pochi esempi riportati, e magari consultando ogni tanto un buon dizionario etimologico, non si possono che sottoscrivere le sensate parole del grande linguista britannico David Crystal: “Prestiamo e prendiamo in prestito cose, e così fanno le lingue. Quando le lingue si incontrano, prendono in prestito parole l’una dall’altra – o forse sarebbe più adeguato dire ‘copiano’, perché le parole appaiono in entrambe! L’inglese ha preso in prestito migliaia di parole da altre lingue nel corso dei secoli. E altre lingue hanno preso in prestito molte parole dall’inglese” (http://www.davidcrystal.com/?id=2810).

Tutto dipende dal nostro frame (o è meglio ‘quadro di riferimento’?). Là dove noi, linguisti e non, parliamo di incontro tra le lingue e di prestito linguistico come segno di vitalità e apertura, altri vedono invasioni, più o meno barbariche.

A proposito, riunione (quella che si deve usare al posto di meeting), deriva dal francese réunion, ma siccome la usiamo dalla fine del ‘500, ce ne siamo dimenticati e i più giovani non lo sanno.