qui, quo, qua o qui pro quo?

Da qualche giorno si è riacceso sui social, e non solo, l’interesse per l’espressione inglese quid pro quo utilizzata recentemente da Gordon Sondland nel corso del procedimento di incriminazione (impeachment) del Presidente Donald Trump.

Francesco Sabbatini. oggi Presidente onorario dell’Accademia della Crusca, in una trasmissione televisiva del 2017, ha spiegato l’origine dell’espressione italiana qui pro quo e il suo rapporto con l’espressione tardolatina quid pro quo, dalla quale ha avuto origine.

ilparolario.it ha chiesto all’amico Giancarlo Rossi, latinista per passione e vocazione, un intervento sulla differenza tra il significato dell’espressione quid pro quo in inglese, e quello dell’espressione qui pro quo in italiano.

Quando poco prima della metà del secolo scorso cominciava la colonizzazione americana del nostro subconscio  (copyright di Wim Wenders: vedi Nel corso del Tempo, 1976), l’invasione d’idee, miti, riti, immagini, forme mentali e suggestioni emotive d’oltreoceano in Italia veniva filtrata dalla robusta rete linguistica della tradizione letteraria e popolare, ed i genuini fonemi anglosassoni erano adattati, alterati, sostituiti:  così, se Colgate e Palmolive si leggevano com’erano scritti, il disneiano Donald Duck divenne Paolino Paperino, Uncle Scrooge zio Paperone, i nipotini Huey Dewey Louie Qui, Quo, Qua.

Insomma nei primi anni dopo la seconda guerra mondiale ci esercitammo in campo semantico in ciò che il latino classico dice supponere aliquid pro aliquo, cioè sostituire una cosa con l’altra, ed il latino medievale definisce quid pro quo, cioè la sezione della farmacopea che includeva i medicamenti che si potevano dare in luogo di altri, come recita la Treccani. Per dirla in breve, sostituimmo un farmaco linguistico d’importazione con uno di produzione nazionale, parimenti efficace, ma meno amaro al nostro gusto.

Ma tempora mutantur, nos et mutamur in illis, ed ora non vi è più filtro all’alluvione non solo di forestierismi, ma neppure alla coniazione autoctona di neologismi italioti in lingua americana. E così nel paese dei ticket, del jobsact, della mission, del computer, non suona più il sì ma lo yeaah…

E Quid pro quo? Dalla farmacia l’espressione si diffuse in ambito giuridico ed economico presso gl’Inglesi col significato di scambio, ed in questo senso, affine al nostro do ut des, è stato adoperato da Trump. In Francia invece, e poi da noi, acquisì il senso più ristretto di equivoco.

Ma sempre scambio è: oggettivo per i prammatici eredi dei Britanni, che da bravi mercanti sostuiscono una cosa con un’altra equivalente; soggettivo per noi fantasiosi neolatini, che scambiano volentieri lucciole per lanterne.  

Giancarlo Rossi