tangentopoli

Ci sono parole che segnano un’epoca. E che, nate nel recente passato, hanno una data di nascita e una paternità certa. Una di queste è senz’altro “Tangentopoli”. Com’è nata ce lo racconta Piero Colaprico, a quei tempi cronista che ha seguito l’indagine di Mani pulite, e ora capo della redazione milanese di Repubblica.

Era il 1991, non il 1992, e Milano aveva vissuto la Duomo connection e altre indagini sulla corruzione politica. Un pubblico ministero parlava di “dazione ambientale”, cioè sosteneva che si pagava in cambio degli appalti perché il sistema (l’ambiente) lo prevedeva; e non c’era verso di evitarlo. In mezzo a queste grandi e complesse storie, un giorno emerge il comportamento di un funzionario comunale che, inflessibile in apparenza, di giorno nega i permessi di costruire una semplice veranda, o un sottotetto, ma di pomeriggio apre una sua agenzia. E, magicamente, quello che vieta al mattino con la giacchetta del Comune, consente e approva dopo le 15, compilando lui stesso la pratica in cambio di un milione, un milione e mezzo di lire (meno di mille euro). Una storia da fumetto.

Il protagonista, così “sfortunato”, m’aveva fatto pensare a Paperino. Paperino, Paperopoli. Tangenti, Tangentopoli. Qualcuno dice che il termine fosse già nell’aria. A suo tempo, avevo chiesto di fare un’indagine negli archivi dei quotidiani, ormai elettronici. E’ emerso che la parola compare per la prima volta in quella storia milanese. Una storia minima. Quando, però, viene arrestato il presidente del Pio Albergo Trivulzio, il 17 febbraio ’92, e quando dopo qualche giorno vengo incaricato di seguire l’inchiesta, recupero il vecchio “termine”, i titolisti di Repubblica lo “sparano” come marca-pagina, le tv lo riprendono e, in breve, diventa d’uso comune. Quel periodo entra nella Storia con la S maiuscola con questa parolina composta, che sta per Città delle tangenti, nata per strada, camminando, come è (sarebbe) dovere del cronista.

Piero Colaprico, capo della redazione milanese di Repubblica