biopolitica

sostantivo femminile

  • forma di esercizio del potere che riguarda le vite degli individui e delle popolazioni.

Composto di bio– e politica, sul modello del francese bio-politique introdotto dal filosofo Michel Foucault per la prima volta nel 1974 quando, in una lezione di un corso sulla medicina sociale, afferma che il “controllo della società sugli individui viene esercitato non solo attraverso la coscienza o l’ideologia, ma anche sul corpo e con il corpo. Per la società capitalista conta prima di tutto la bio-politica, il biologico, il somatico, il corporeo. Il corpo è una realtà bio-politica; la medicina è una strategia bio-politica” (La naissance de la médecine sociale).

Il termine biopolitica, sempre vivo nel dibattito etico e filosofico, è tornato a interessare il grande (si fa per dire) pubblico in concomitanza con la diffusione del coronavirus e grazie, forse, a una serie di interventi a partire, da La democrazia immunitaria uscito il 25 febbraio, cui è seguito il 26 febbraio, l’editoriale La paura e l’etica pubblica sul Corriere del mezzogiorno, fino all’articolo La biopolitica al potere di Roberto Esposito, pubblicato sull’edizione cartacea de la Repubblica di sabato 29 febbraio. La parte centrale dell’articolo esplicita il frame, la cornice mentale, nella quale si colloca la situazione attuale. Esposito sostiene che il nuovo regime biopolitico è da tempo caratterizzato da una “sindrome immunitaria” per cui “ciò che si teme, più ancora del male in sé, è la sua circolazione incontrollata in un corpo sociale esposto a processi di contaminazione generalizzati. (…) Il violento contrasto all’immigrazione da parte dei partiti sovranisti, più che una continuazione del vecchio nazionalismo, va interpretato in questa chiave immunitaria”.

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