tabù

sostantivo maschile invariabile

  • interdizione di carattere religioso verso ciò che è considerato sacro
  • proibizione circa l’uso di determinate cose o parole, o l’esecuzione di determinate azioni

aggettivo invariabile posposto a un sostantivo

  • sottoposto a divieto sacrale
  • che non si può nominare

Parola polinesiana (tapu), descritta per la prima volta da James Cook che, nel corso del suo primo viaggio nel Sud Pacifico (1768-71), scriveva sul proprio diario: …questo spazio era allora taboo, parola che anche qui, come nelle isole precedenti, significa un luogo interdetto. Attestata in lingua inglese dal 1785, nella forma taboo, la parola è poi passata al francese, diventando tabou, per assumere infine la forma tabù nella traduzione in italiano del Viaggio intorno al mondo, pubblicata a Venezia nel 1795.

Il linguista americano Leonard Bloomfield (1887-1949), fu probabilmente il primo ad applicare il concetto di tabù allo studio del linguaggio, per indicare il fenomeno dell’interdizione linguistica che porta all’eufemismo, cioè alla sostituzione di parole sentite come sconvenienti (per motivi psicologici, sociali o culturali) con altre meno esplicite. Ne sono esempio le formule linguistiche che consentono di nominare morte, sciagure e malattie utilizzando formule linguistiche che ne attenuano la portata, come passare a miglior vita, brutto male, gravi difficoltà economiche.

È per questo motivo, probabilmente, che un’amica parla del mese di COVID-19 usando solo l’espressione “giorni complicati” e un noto podcast scientifico ha deciso di “non dire quella parola che inizia con la C”.