merenda

sostantivo femminile

  • pasto leggero consumato nel pomeriggio
  • il cibo che si mangia in questa occasione

Prestito dal latino merĕnda(m), participio futuro passivo (sostantivato al neutro plurale) del verbo merēre ‘meritare’, cioè ‘cose che si devono o possono meritare’. Va comunque segnalata l’etimologia popolare che accosta merenda a meridiē(m), seguendo la fantasiosa spiegazione di Isidoro di Siviglia (560-636) “cibus qui declinante die sumitur”.

La parola merenda è presente nella novella di Simona e Pasquino del Decameron di Giovanni Boccaccio, dove i due protagonisti vanno in un orto molto avendo ragionato d’una merenda che in quello orto a animo riposato intendevan di fare. Merenda che poi non si farà, perché Pasquino muore avvelenato da una foglia di salvia con la quale si era strofinato denti e gengive.

Per questo motivo la parola si trova già nella prima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca (1612), con una definizione peraltro molto simile a quella moderna: il mangiare, che si fa tra il desinare, e la cena, e la vivanda, che si mangia. Pasto leggero, dunque, da non confondere, sembrano dire gli Accademici, con la colezione [sic] della mattina [che] si chiama più propriamente asciolvere [e] quella della sera dopo cena [detta] pusigno. Ma, come direbbe Michael Ende, questa è un’altra storia.