c’è rima e rima

Ci sono parole che sembrano uguali, ma hanno origini diverse, e dunque storie e significati diversi. Sono gli omonimi, come miglio, inteso come pianta e miglio inteso come misura.

Così, c’è la rima che deriva probabilmente dal latino rhy̆thmu(m), ‘rìtmo’, attraverso il francese rime, attestata in italiano dalla metà del XIII secolo per indicare “la somiglianza della terminazione, o desinenza delle parole, che consiste in una, o più sillabe, secondo il sito dell’accento”, secondo la definizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca. Oppure c’è la rima che deriva dal latino rīma(m), usata dal XV secolo per indicare, come in latino, una ‘fessura’ o una ‘spaccatura’.

Si è tornati a parlare di quest’ultima rima per via dell’ormai famoso metro di distanza tra le “rime buccali degli alunni”, raccomandato a pagina 5 del Piano Scuola 2020-2021. Qualcuno si è chiesto perché i funzionari ministeriali abbiano usato questa espressione in luogo di bocca, altri ne hanno approfittato per mettere alla berlina il “latinorum medico dei super esperti assoldati dal Ministero della Salute”.

La seconda domanda risponde alla prima: i funzionari, come non mancano di scrivere, hanno deciso di riferire “l’indicazione letterale tratta dal verbale della riunione del CTS tenutasi il giorno 22 giugno 2020”. Da qui l’uso delle virgolette, anch’esso criticato, nell’ormai celebre frase a proposito del “distanziamento fisico (inteso come 1 metro fra le rime buccali degli alunni), rimane un punto di primaria importanza nelle azioni di prevenzione…”.

Anche sul latinorum medico ci sarebbe molto da dire. A cominciare dal fatto che l’espressione è stata usata da Alessandro Manzoni per descrivere lo smarrimento di Renzo di fronte al discorso fumoso di don Abbondio. Il passo manzoniano resta nella memoria: “Si piglia gioco di me?” interruppe il giovine. “Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?” e con esso l’idea che gli esperti (il super qui ovviamente è denigrativo) non vogliano farsi capire di proposito. Vero, forse. Ma il punto linguistico è un altro.

L’espressione rima, per indicare una ‘fessura o apertura naturalmente presente in una struttura anatomica’ è, come si è visto, un latinismo. Non latinorum, dunque, ma termine medico tecnico-specialistico, come lo definisce il Grande dizionario italiano dell’uso (GRADIT) curato da Tullio De Mauro. Peraltro, è proprio la presenza dei latinismi, che rappresentano il 14% dei 250.000 lemmi registrati GRADIT, a far sì che l’italiano sia considerata la più vicina al latino tra le lingue neolatine.

Chi ha ragione dunque? L’esperto che usa rima per dire ‘fessura’, e magari rima buccale per dire ‘bocca’, o chi parla di lessico fumoso e da burocrati? A ben vedere, nessuno dei due. Da una parte è giusto che nei testi di medicina e nel dialogo tra esperti del settore si usi la terminologia corretta, per difficile che sia, se questo favorisce la comprensione e la precisione. Ma sarebbe sbagliato utilizzare gli stessi termini con chi non è in grado di comprenderli o, peggio, se ne fa intimidire. Dall’altra parte, è corretto che chi lavora quotidianamente con il linguaggio sappia individuare nel termine tecnico-specialistico una fonte di possibile incomprensione linguistica. Il passo successivo, tuttavia, dovrebbe consistere nella traduzione di quel termine nel linguaggio comune, anche perché l’uso dei termini specialistici è comune e frequente. Quando il mio ferramenta mi ha spiegato che quella che chiamavo “chiave inglese”, in realtà si chiama “chiave regolabile a rullino”, ho pensato che stavo imparando qualcosa di nuovo e non certo che mi stava insegnando a parlare in modo fumoso.