l’ultima onda

Tra marzo e aprile 2020, nel pieno del primo periodo di isolamento interpersonale (o lockdown), diversi articoli e interventi (Annamaria Testa, Daniele Cassandro, Fabrizio Battistelli, Sanzia Milesi, Claudio Marazzini), esortavano a non utilizzare metafore belliche per parlare della pandemia di COVID-19.

La motivazione, più o meno esplicita e condivisa, si può riassumere per tutti nelle prime battute dell’articolo di Sanzia Milesi: “Le parole non solo descrivono il mondo. Le parole contribuiscono a crearlo. E agiscono. Agiscono su ciascuno di noi e ci portano ad agire, in un modo piuttosto che in un altro”.

Sono passati alcuni mesi, molti stanno vivendo il secondo periodo di isolamento e nessuno parla più della pericolosità delle metafore belliche. Anche l’invito a cercarne di nuove per parlare del virus non ha dato i frutti sperati. Forse perché, con buona pace degli umanisti, la stessa virologia descrive l’azione di un virus come un attacco al quale si oppongono i meccanismi di difesa dell’ospite.

Quello che dà più da pensare è che, mentre si discettava della pericolosità di espressioni quali “guerra contro il virus” e “coprifuoco”, nessuno si accorgeva che la metafora sbagliata, da evitare (e del tutto evitabile), era un’altra. Molto più dannoso del considerare la pandemia come un nemico da battere, si è rivelato concepirla come un’ondata da superare. Un’ondata che arriva, raggiunge il picco (il famoso ‘picco’) e poi se ne va. Lasciandoci il tempo di prepararci alla seconda ondata e magari, come qualcuno già prevede o minaccia, alla terza. Metafora pericolosa, perché lascia intendere che tra un’ondata e l’altra la pandemia si attenui si indebolisca come qualcuno ha detto senza vergogna, che raggiunto il picco non si possa salire ulteriormente e che, prima o poi, tutto torni tranquillo come l’acqua del mare dopo la tempesta.