ibrido

Ci sono parole che vanno di moda. Una di queste è senz’altro “ibrido”. In questo momento è tanto in voga che la si incontra più volte, in vari contesti. A lungo è rimasta relegata nel lessico della scienza, soprattutto a proposito di incroci tra animali diversi o diverse specie di vegetali. Ultimamente è riemersa con forza, a proposito delle automobili, a significare una doppia alimentazione, con la diffusione dei motori elettrici abbinati a quelli tradizionali a scoppio. Infine ha fatto la sua comparsa in ambito culturale.

La sua origine è greca. Ibrido deriva da hybris. Vocabolo che da subito denuncia qualcosa di anomalo. Una forzatura legata allo spirito aspro sulla prima lettera, che viene tradotto in una aspirazione (nella pronuncia) e con un’h (nella traslitterazione). Il Rocci, mitico vocabolario Greco-Italiano che tanti pensieri addusse ai liceali di svariate generazioni, offre come al solito numerosi e affascinanti significati, tutti storicamente documentati. Come a dire che le parole mutano con il mutare dei tempi e dell’uso che se ne fa. Dunque, hybris significa: “Insolenza; tracotanza; alterigia; violenza; prepotenza; petulanza”. Sottolinea, insomma, una serie di alterazioni ottenute con un intervento. Una violenza, perpetrata con intenzione altera e tracotante.

Il frutto di questa azione è l’ibridazione: l’alterazione di un dato di fatto, la rottura di uno schema acquisito. Così, in natura si ottengono numerosi risultati. Per restringere il campo a quelli ottenuti dall’uomo, ecco la moltiplicazione degli animali conosciuti (L’elenco è tratto da Wikipedia):

Nel campo automobilistico l’elenco delle auto ibride si allunga di giorno in giorno, grazie alla necessità, ormai diffusa in tutto il mondo e accettata dall’industria, di immettere sul mercato modelli sempre meno inquinanti. Grosso modo, per evitare pubblicità indebite, ci limitiamo a tre grandi categorie: le auto mild-hybrid, le full-hybrid e le plug-in hybrid.

Interessante invece annotare che l’ibridazione ha conquistato nuove frontiere. Il 6 novembre 2020, per esempio, su Repubblica è apparsa per la prima volta la definizione di “redazione ibrida”, che Enrico Franceschini, corrispondente da Londra per quel giornale, ha preso da un rapporto del Reuters Institute for the Study of Journalism presso l’Università di Oxford. Tema dell’articolo, e dello studio, la nascita di una nuova organizzazione del lavoro nei giornali, a causa del Covid-19. La pandemia avrebbe costretto a diffondere sempre più il lavoro a casa, limitando la presenza dei giornalisti in redazione. Anche in questo caso, è evidente la hybris: una distorsione a tal punto violenta ed efficace, da determinare un ripensamento sull’organizzazione del lavoro. È solo il caso di sottolineare come gli editori più veloci nel cogliere i mutamenti siano già passati a decidere di ridimensionare gli spazi redazionali: non più una scrivania e un computer per ciascun redattore, ma punti di accesso per i portatili dei pochi redattori di volta in volta chiamati a scrivere dai capiredattori.

Siamo, insomma, entrati – volenti o nolenti – nella cosiddetta “Età ibrida”, come segnalano Ayesha Khanna e Parag Khanna nel loro libro sul potere della tecnologia nella competizione globale (Codice edizioni).